La pandemia di nuovo coronavirus SARS-CoV-2 di queste settimane ha colpito tutti i continenti, e gli effetti di questa situazione si stanno facendo vedere sul sistema produttivo globale con tutta la loro forza. Avevamo già visto nei giorni scorsi come il lancio della missione Exomars da parte di ESA fosse stato ritardato dall’insorgere dell’epidemia, e la stessa cosa sta accadendo per altre agenzie, sia pubbliche che private, a causa del rallentamento della produzione negli impianti di tutto il mondo. In momenti del genere, questioni come il lancio e la produzione di satelliti o di sonde, salvo casi eccezionali, vengono messe in secondo piano in favore del blocco o addirittura della conversione degli impianti industriali.

Proprio dalle industrie attive nel campo aerospaziale, potrebbero arrivare importanti risorse per affrontare l’emergenza. Il CEO di SpaceX e Tesla, Elon Musk, ha affermato più volte in questi giorni, attraverso Twitter, di poter intervenire nella produzione di ventilatori e dispositivi di protezione individuali nei propri impianti industriali, visto che già producono sistemi di condizionamento e ventilazione molto avanzati sia per le proprie automobili che per le navicelle Dragon. Le auto di Tesla sono, infatti, le uniche in commercio dotate di sistemi di filtrazione capaci di attuare la modalità Bioweapon Defense Mode, che protegge da inquinamento e polveri sottili ma anche da polline, batteri, virus e inquinanti gassosi; Tesla e SpaceX sono, inoltre, fortemente legate nei reparti di ricerca e sviluppo, ed hanno già contribuito in passato alla risoluzione di emergenze di carattere umanitario, come quella della squadra di calcio rimasta bloccata in una caverna in Thailandia per 17 giorni: in quell’occasione, gli ingegneri delle due aziende collaborarono alla costruzione di un mini-sottomarino, che non venne impiegato, ma dimostrò la possibilità delle industrie avanzate di fornire soluzioni in situazioni di emergenza. Tuttavia, una conversione industriale del genere su grande scala richiede tempo ed ingenti risorse, motivo per cui Musk ha dichiarato che sarà effettuata nel momento in cui dovesse esserci una carenza negli USA, cosa molto probabile visto quello che sta accadendo in Europa (USA, attualmente, terzo Paese al mondo per contagi da COVID-19).

La carenza di dispositivi di protezione individuale (DPI), e quindi non solo mascherine ma anche calzari, camicioni e cuffie, è motivata oltre che da una domanda cresciuta in poco tempo a dismisura, anche dal fatto che nel nostro Paese non ci siano stabilimenti che le producono. Questi dispositivi, così come ormai larga parte dell’industria tessile di consumo a basso costo, vengono comunemente importati da Stati asiatici come la Cina o l’India, e la stessa cosa accade anche per altri settori industriali come quello farmaceutico. In un momento critico, tuttavia, dove la domanda non proviene dall’estero ma diventa interna, i Paesi bloccano le esportazioni ed ecco che la carenza si aggrava. Come ci si comporta a questo punto?

La risposta arriva dalle fabbriche interne. L’Italia non dispone di grandi numeri in termini di produzione, ma la manodopera specializzata e le risorse per rispondere ad una crisi di questo tipo non mancano. Emblematico è il caso di FCA, che a seguito dell’interruzione della produzione nei propri impianti ha annunciato che sta lavorando alla disposizione di uno di essi alla produzione di mascherine. Impianti preesistenti invece, come quello della Siare Engineering, azienda dedita alla produzione dei respiratori polmonari, tra le poche in Europa a produrli, sta cercando di portare la propria produzione da 160 respiratori al mese a oltre 2000, un numero che permetterebbe di allestire altrettanti posti letto e allentare di molto la stretta sui nostri ospedali.

La globalizzazione dei processi produttivi ha redistribuito la produzione industriale, portando quella dei beni di consumo di massa nei Paesi a basso reddito con manodopera generica a basso costo, e quella tecnologicamente più avanzata negli Stati ricchi dove la manodopera è altamente specializzata, come dimostra il fatto che in Italia disponiamo di produzione di respiratori ma non di DPI.

Alla fine di questa vicenda sarà opportuno ragionare su piani e protocolli di emergenza per individuare preventivamente le industrie da convertire in caso di necessità, al fine di evitare drammatiche carenze di produzione.

Silvio Bagetta

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