In un articolo precedente, abbiamo introdotto le principali problematiche sanitarie nei vari contesti dell’esplorazione spaziale, dalla ISS a Marte. L’assistenza sanitaria nelle aree rurali remote, come quelle dell’Africa sub-sahariana, dell’Asia centrale o delle isole del Pacifico, è ancora oggi una questione aperta, ed in questi giorni sta emergendo, come ulteriore problematica globale, la necessità di garantire la continuità assistenziale durante le epidemie. Il “task shifting” e la telemedicina rappresentano, in questo senso, due armi importanti di cui disponiamo.

Il sito dell’OMS riporta una situazione veramente disastrosa: 57 Paesi vivono una carenza critica di personale sanitario, e 36 di questi sono in Africa. L’approvvigionamento di forniture mediche e di personale sanitario specializzato nelle aree remote è estremamente costoso, motivo per cui l’organizzazione e l’ottimizzazione delle cure, con la conseguente riduzione dei costi, rappresenta un importante campo di ricerca, per consentire l’accesso alle cure a decine di milioni di persone.

Nei contesti epidemici, così come accaduto per ebola in questi anni, e come sta accadendo adesso per il nuovo coronavirus SARS-CoV-2, il personale sanitario scarseggia e viene a sua volta infettato: gli ospedali del nord Italia – e in particolare quelli di Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto – stanno, infatti, affrontando in questi giorni, oltre che la normale carenza strutturale di personale e posti letto (antecedente l’epidemia), l’ulteriore carenza di medici ed infermieri finiti in quarantena. La Stazione Spaziale ha diversi problemi in comune con questi contesti, tra cui l’isolamento geografico e l’assenza di personale sanitario specializzato. Tuttavia, è stato ormai ampiamente dimostrato, come la disponibilità di un’attrezzatura medica di base, di una connessione dati e la realizzazione del “task shifting”, possa ridurre in maniera importante le carenze mediche di base.

“Task shifting” è un termine coniato dagli anglosassoni per indicare il trasferimento di determinate competenze dal personale medico qualificato a quello meno qualificato ma più disponibile in termini di unità. Avere a disposizione internisti esperti non è sempre possibile, ma è possibile spiegare, potenzialmente a chiunque, come maneggiare un ecografo o come applicare degli elettrodi per eseguire un ECG. Gli astronauti a bordo della ISS eseguono quotidianamente azioni di questo tipo, anche senza l’assistenza in tempo reale del personale sanitario di terra, solamente con una preparazione di base inferiore a quella di un paramedico statunitense. Per l’esattezza, gli astronauti ricevono un addestramento di 62 ore (paragonabile alle ore di lezione di un esame di media grandezza del corso di medicina) con il quale sono in grado di maneggiare tutta l’attrezzatura medica presente a bordo e sono in grado di gestire quelle emergenze che è più probabile si verifichino.

Formare un medico specialista richiede, nella migliore delle ipotesi, undici anni di formazione, sette se consideriamo un medico specializzando quantomeno introdotto nel reparto. Non è, quindi, pensabile in alcun modo di poter produrre nuova forza lavoro in tempi ragionevoli. Tuttavia, è possibile insegnare a del personale meno qualificato (ad esempio gli studenti di medicina e infermieristica degli ultimi anni) come utilizzare i macchinari di diagnostica e di supporto esterno anche in un breve periodo di tempo, consentendo agli specialisti di svolgere, anche a distanza, la fase diagnostica e terapeutica.

È, ormai, sotto gli occhi di tutti come l’apparato sanitario che opera in condizioni di normalità non sia adeguato a gestire le emergenze, e come allo stesso tempo, pensare di mantenere una tale mole di strutture e personale in attesa di un’epidemia non sia fattibile. Bisogna, quindi, per il futuro, lavorare su dei protocolli di emergenza, sia per la formazione di base del personale, sia per la conversione dell’industria atta a garantire i presidi medici necessari nel più breve tempo possibile.

Silvio Bagetta

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